26 apr

Tasse: come risparmiare fino a 2.221 euro all'anno e assicurarsi un futuro migliore

Uno dei motivi per cui si investe è quello di garantire un futuro migliore a sé stessi e ai propri cari. In questo senso, un ottimo investimento è quello in cui lo Stato ci aiuta a investire diminuendo l’ammontare delle nostre imposte sui redditi

La progressiva diminuzione ed invecchiamento della popolazione italiana sta mettendo sempre più in difficoltà il nostro sistema pensionistico “a ripartizione” in cui i contributi versati ogni anno dai lavoratori attivi (in diminuzione) sono utilizzati per pagare le pensioni dei lavoratori a riposo (in aumento). 

La conseguenza di questo trend demografico è che l’importo delle pensioni erogate a chi andrà in pensione in futuro sarà sensibilmente più basso di quello attuale: se durante la vita lavorativa non accumuleremo abbastanza risparmi per il pensionamento rischiamo quindi di passare gli ultimi anni della nostra vita con un tenore di vita molto più basso di quello a cui eravamo abituati.

Per cercare di alleviare almeno in parte questo problema, lo Stato incentiva gli investimenti in piani di risparmio destinati a costituire una pensione aggiuntiva a quella obbligatoria, consentendo di dedurre dal proprio reddito IRPEF, tutti gli anni, i versamenti in previdenza complementare fino all’importo di 5.164,27 euro all’anno.

In pratica, investendo fino a 5.164,27 euro in un fondo pensione (per noi stessi o per altri familiari a carico quali coniuge o figli) il fisco ci restituirà l’IRPEF che avremmo dovuto pagare su quell’importo, con un beneficio fiscale che dipende dalla propria aliquota marginale (23%, 25%, 35%, 43%).

Nel caso dell’aliquota massima (43%), ad esempio, ogni anno possiamo investire 5.164 euro pagandone di tasca nostra solo 2.943 con lo Stato che ci mette la differenza di 2.221 euro rinunciando ad una parte dell’IRPEF che altrimenti avremmo dovuto pagare.

I fondi pensione offrono almeno 4 possibili linee di investimento: garantito, obbligazionario, bilanciato ed azionario, in ordine di rischiosità. Se si è lontani dalla data di pensionamento è buona norma sottoscrivere inizialmente un comparto azionario, per poi spostarsi progressivamente verso comparti meno rischiosi con l’avvicinarsi della data di pensionamento.

Oltre alla importante deduzione fiscale in fase di versamento, un ulteriore vantaggio dei fondi pensione è che su tali investimenti non si paga l’imposta di bollo dello 0,2% annuo che grava invece su pressoché tutti gli altri investimenti finanziari.

I rendimenti maturati sono inoltre assoggettati alla tassazione del 20% anziché a quella del 26% applicata alla maggior parte degli investimenti finanziari. 

Ai vantaggi previsti in fase di versamento ed accumulo si aggiungono gli ulteriori vantaggi fiscali riconosciuti dallo Stato in fase di erogazione, ossia quando andremo in pensione e potremo riavere indietro i nostri soldi.

Raggiunto il pensionamento potremo convertire il capitale accumulato in una rendita che verrà tassata ad una aliquota fiscale nuovamente agevolata pari al 15% meno lo 0,30% per ogni anno di adesione superiore al quindicesimo, fino a raggiungere una imposta minima del 9% dopo 35 anni di adesione.

Il suddetto meccanismo di tassazione vale per la quota di capitale derivante dai contributi “dedotti”, ossia quelli su cui abbiamo beneficiato della deduzione fiscale dall’IRPEF in fase di accumulo. Gli eventuali importi versati in eccesso rispetto ai 5.164,27 euro annui e su cui non abbiamo beneficiato della deduzione fiscale (i cosiddetti “contributi non dedotti”), daranno origine ad una quota capitale non soggetta ad alcuna tassazione a scadenza: questo è particolarmente importante per chi fosse fiscalmente incapiente in fase di accumulo o per chi, come le partite IVA in regime forfettario, non possono dedurre a causa del proprio regime fiscale.

Arrivati al pensionamento è anche possibile richiedere la liquidazione dell’intero capitale accumulato anziché una rendita, qualora convertendo il 70% del montante questo dia origine ad una rendita di importo inferiore al 50% dell’assegno sociale (6.085,43 euro all’anno).

I suddetti benefici vengono riconosciuti dallo Stato in quanto dedicati alla costituzione di una futura pensione “di scorta”: per questo motivo gli investimenti effettuati non sono riscattabili fino al raggiungimento del pensionamento, salvo che per casistiche particolari (es. acquisto o ristrutturazione prima casa per sé o per i figli) e comunque dopo almeno 8 anni dalla data di adesione.  


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